GUCCI SPRING SUMMER

   

Leo de Berardinis e Perla Peragallo sono stati i due dioscuri più trasgressivi e appassionati, più decadenti e irregolari del teatro di ricerca italiano. Il loro “teatro di contraddizione” è stato un luogo di dissidenza permanente. Uno spazio in cui suggerire alternative radicali rispetto alla società e al linguaggio artistico dei loro tempi. È la loro idea di teatro,
infatti, a sfidare l’immobilità istituita, il conformismo e il potere. Uno sguardo anarchico e libertario aperto al flusso della vita.

Per Leo e Perla il teatro non può ridursi a spettacolo, perché lo spettacolo non produce altro che un’estetizzazione del già noto, una rappresentazione mortifera da fruire passivamente. Il teatro deve piuttosto intendersi come “arte primordiale di conoscenza collettiva, di orrore e di gioia dell’essere, laboratorio per sperimentare la complessità della vita in situazioni semplificate di spazio e di tempo” (L. de Berardinis). È del teatro, infatti, la capacità di creare nostalgia per una vita altra, di vibrare di tensioni etiche e politiche, di dispiegare poeticamente un potenziale trasformativo.

Per raggiungere questo obiettivo Leo e Perla costruiscono trame allucinate, folli, frammentate. Sperimentano linguaggi teatrali capaci di superare distinzioni tra generi e discipline, tenendo insieme registri drammatici e comici, riannodando l’arte “alta” alla cultura popolare. Il risultato  è una poetica combinatoria e polisemica in cui Shakespeare, Rimbaud, Strindberg e Majakovskij reagiscono con la sceneggiata, la canzonetta melodica e la comicità di Totò. In questa cornice è l’assemblaggio di materiali eterogenei e decontestualizzati a sprigionare nuovi riverberi e significati. Un teatro di contaminazioni, apparentemente illogico e destrutturato, che produce
epifanie e detonazioni.

Parliamo di un teatro frastornante, folle e immaginifico che i due teatranti costruiscono con estremo rigore e padronanza dei mezzi espressivi. Leo e Perla si assumono la responsabilità di ogni dettaglio della scena chiamato a partecipare all’azione teatrale: la luce, il movimento, i costumi,  la scenografia, il suono e il rumore. È una sintassi teatrale vissuta come sperimentazione assoluta, ovvero profonda ed estrema. Un’azione di s/montaggio che accosta e risemantizza il crocchiare di vetri rotti e le arditezze di Schönberg, le voci amplificate e i corpi “geopolitici”, le immagini cinematografiche distorte e le melodie verdiane, lo scrosciare dell’acqua e il sonnambulismo di Lady Macbeth.

Si tratta di frammenti che si riorganizzano intorno a un’intensità espressiva capace di portare altrove, di suggerire “l’apparizione irripetibile di una lontananza” (W. Benjamin), di evocare nuove possibilità di senso. È in questa tensione visionaria che l’aura poetica si traduce in progetto politico. Il sentire scenico come frontiera del
possibile.

 

Courtesy Gucci Press Office